La demolizione di USAID e la Svizzera

Il silenzio durante la tempesta

20.03.2025, Cooperazione internazionale

La fine dell'impegno globale degli Stati Uniti deve interessare anche la Svizzera, scrive Andreas Missbach. Le conseguenze per il multilateralismo e la cooperazione allo sviluppo, e soprattutto per i Paesi più poveri, sono devastanti. In questo contesto il Consiglio federale non può più puntare sul business as usual.

Il silenzio durante la tempesta

Il disimpegno degli Stati Uniti dalla scena internazionale ha colto alla sprovvista anche il Consiglio federale. 

© Keystone / Anthony Anex

“A parte la Rivoluzione culturale cinese, nella storia troviamo pochi paralleli all’attacco da parte del cosiddetto Department of Government Efficiency nei confronti dello Stato”, scrive il Financial Times. Dinanzi alla presa di potere negli Stati Uniti non mancano soltanto paragoni opportuni, bensì talvolta anche le parole. Potremmo provare con la cultura pop e prendere in prestito quelle di Miley Cirus: “I came in like a wrecking ball”.

Sarebbe invano tentare di tenere traccia di tutto ciò che è stato ridotto in frantumi da questa metaforica palla da demolizione, perciò ci soffermiamo su un argomento di cui si è riferito poco in Svizzera, malgrado possa avere grandi ripercussioni proprio qui: la sospensione del “Foreign Corrupt Practices Act”, la legislazione USA volta a lottare contro la corruzione. Solo grazie alla sua applicazione sappiamo cosa significano i contanti a Baar, ovvero che alla sede principale di Glencore fino al 2016 c’era uno sportello dove il personale poteva ritirare le tangenti. E solo grazie alla sua applicazione Glencore ha dovuto pagare una multa di oltre 1,1 miliardi di dollari in seguito all’ammissione di colpevolezza. Se il “new sheriff in town” non fa più uso di questa minaccia, la tentazione di tornare a pratiche collaudate nel commercio di materie prime è grande. Le conseguenze sarebbero disastrose per i Paesi più poveri e le loro popolazioni.

Se torniamo alla cultura pop, potremmo dire che in Svizzera regna “Il silenzio degli innocenti” (regia di Jonathan Demme). O meglio, dei sette innocenti. Ci sono voluti quasi due mesi prima di avere notizie da Berna: “il Consiglio federale prende sul serio la situazione geopolitica”, per poi tuttavia subito aggiungere “la politica estera elvetica non è cambiata”. Secondo i media, il Consiglio federale aveva un documento interlocutorio in cui si affrontava anche il ritiro degli Stati Uniti dall’OMS, dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e dall’Accordo sul clima di Parigi; inoltre sono stati discussi gli effetti del congelamento dei pagamenti dell’USAID. Eppure, nemmeno una parola di tutto ciò è finita nella comunicazione ufficiale. Anzi, il Consiglio federale continua sulla linea del business as usual e tenta la variante svizzera dell’arte di fare affari: “la strategia della Svizzera deve essere quella di avere le porte aperte per l’UE, gli USA e la Cina” (segretaria di stato SECO Helene Budliger Artieda).

Lo smantellamento della più grande agenzia di sviluppo del mondo costituisce un vero uragano nel Sud globale e una tempesta anche in Svizzera. Dov’è l’indignazione della politica? Vi sono progetti vitali di organizzazioni di sviluppo svizzere pari a 100 milioni di franchi che non potranno più essere portati avanti. Niente sarà come prima: “Se questo è l’inizio della fine dell’aiuto allo sviluppo, dovremmo concentrarci sul cambiamento strutturale”, scrive la canadese-egiziana Heba Aly, già direttrice del portale online The New Humanitarian. “Una politica commerciale, del debito e fiscale più equa può combattere le cause della disuguaglianza”. Questa è la strada da intraprendere ora. E per la Svizzera ciò significa tutt’altro che business as usual.
 

Articolo pubblicato dal Corriere del Ticino il 31 marzo 2025

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