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Durban: il cha-cha-cha sul clima continua

Pubblicato il: 03. 11. 2011

Conferenza dell’ONU a Durban (Sudafrica) a fine novembre: è l’ultima possibilità per assicurare, senza interruzione, un seguito al protocollo di Kyoto, che scade nel 2012.

Da anni, ormai, gli Stati negoziano misure di lotta contro i cambiamenti climatici. Un anno fa, a Cancún (Messico), hanno confermato il principio di un riscaldamento massimo di 2°C, rispetto all’era preindustriale. Il fossato rimane tuttavia enorme, tra ciò che si dovrebbe mettere in atto per raggiungere quest’obiettivo e ciò che è stato accordato finora dagli Stati. È veramente giunto il momento di passare all’azione. 

La preparazione di Durban ha permesso qualche piccolo passo, che potrebbe aumentare entro la fine di novembre. I negoziati hanno progredito soprattutto su tre fronti: un nuovo meccanismo di trasferimento di tecnologia, un consiglio permanente per la sorveglianza del fondo climatico in favore dei paesi in via di sviluppo, così come un comitato incaricato di sostenere i paesi in via di sviluppo nella lotta contro le conseguenze dei cambiamenti climatici. A Cancún, i paesi industrializzati hanno promesso ai paesi in via di sviluppo di mettere a disposizione, dal 2020, 100 miliardi di dollari l’anno per aiutarli a ridurre le loro emissioni di CO2 ed adattarsi ai cambiamenti climatici. A questo scopo, la conferenza dell’ONU ha deciso di creare un Fondo verde per il clima (vedi riquadro). Non si sa, ancora, come i paesi industrializzati – tra cui la Svizzera – intendono finanziare il loro contributo. Con la crisi economica mondiale e l’indebitamento elevato di numerosi paesi, è lecito temere un nuovo rinvio alle calende greche di misure tangibili di politica climatica, così come del finanziamento di misure al Sud.

Paura del protezionismo verde

I paesi in via di sviluppo si oppongono alle misure unilaterali dei paesi industrializzati, per paura che si ripercuotano negativamente sul loro sviluppo economico. Gli Stati Uniti e l’Unione europea discutono progetti di legge che prevedono tasse sul CO2 contenuto nei prodotti importati. Dal 2012, le emissioni degli aerei dovrebbero essere integrate nel mercato europeo delle emissioni. È per questo che Martin Khor, direttore del South Centre – think tank che consiglia i paesi in via di sviluppo – richiede la creazione di un forum nell’ambito della Convenzione sul clima. Questo organo avrebbe il compito di valutare gli effetti delle misure climatiche del Nord sui paesi poveri e di aprire un dibattito prima della loro introduzione. 

Per raggiungere l’obiettivo dei 2°C, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha calcolato che, le emissioni mondiali di gas ad effetto serra non dovrebbero eccedere le 44 gigatonnellate (Gt) all’anno. Questo significa una riduzione di 12 Gt rispetto allo scenario del business as usual. Le diminuzioni condizionali promesse da diversi Stati nell’ambito dell’accordo di Copenhagen, raggiungeranno al massimo 7 Gt. Resta, quindi, una differenza di almeno 5 Gt.
Secondo gli ambienti scientifici, le misure annunciate condurrebbero ad un aumento da 2,5°C a 5°C entro la fine del secolo. Il tetto di 2°C potrebbe dunque essere, nel peggiore dei casi, già superato fra trent’anni. Alcuni esperti prevedono, tuttavia, un’evoluzione incontrollabile, dagli effetti devastanti, già con un riscaldamento globale di 1,5°C.

Paesi industrializzati indietro

I paesi industrializzati hanno promesso una riduzione dal 7 al 13% delle loro emissioni di gas ad effetto serra entro il 2020, rispetto al 1990. Per raggiungere quest’obiettivo di 2°C, l’UNEP stima che, ci vorrebbe almeno il doppio, ossia dal 25 al 40%. Una rapida riduzione supplementare del 20% sarebbe necessaria entro il 2050.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, i paesi dell’OCSE sono responsabili del 40% delle emissioni globali e del 25% del loro aumento. I paesi in via di sviluppo ne sono, quindi, i principali produttori in tonnellate. Ma non per abitante: con 10 tonnellate l’anno, i paesi dell’OCSE emettono quasi cinque volte più del resto del mondo. Un Americano degli Stati Uniti produce, quindi, in media tre volte più emissioni di un Cinese. 

Nonostante i paesi in via di sviluppo siano storicamente responsabili di solo un quarto dei cambiamenti climatici, hanno – secondo uno studio dello Stockholm Environment Institute – promesso maggiori riduzioni dei paesi industrializzati. La Cina, entro il 2020, potrebbe diminuire le sue emissioni due volte più degli Stati Uniti. I paesi in via di sviluppo, insieme, potrebbero raggiungere una riduzione tre volte superiore a quella promessa dall’Unione europea. È per questo motivo che le ONG internazionali esigono, dai paesi industrializzati, che a Durban si assumano le loro responsabilità ed accettino le riduzioni di emissioni necessarie entro il 2020. Dovrebbero, inoltre, dimostrare chiaramente come intendono realizzare la decarbonizzazione delle loro economie, entro il 2050.

Il futuro del protocollo di Kyoto

Il protocollo di Kyoto non si occupa solo delle riduzioni delle emissioni dei paesi industrializzati. Definisce anche i meccanismi secondo i quali questi paesi, per tenere fede ai loro impegni, possono sostenere progetti climatici nei paesi poveri.
Dalla ratificazione del protocollo nel 2005, sono stati finanziati, con il mercato dei certificati d’emissioni di CO2, centinaia di progetti. Se il protocollo dovesse scadere l’anno prossimo, senza accordo di proroga, numerosi investimenti ed impieghi nel mondo sarebbero messi in discussione. 

Il Giappone, il Canada e la Russia hanno già annunciato il loro rifiuto di firmare un accordo post - Kyoto. L’Unione europea e la Svizzera hanno adottato, finora, la stessa posizione, se i grandi paesi emergenti non s’impegnano anch’essi a qualche riduzione. Non è escluso, tuttavia, che l’Unione europea accetti, a Durban, il principio di un prolungamento dell’accordo, fino al 2018. Ad una condizione però: che sia sostituito da un nuovo trattato che inglobi tutti i grandi produttori di emissioni. 

Il mancato accordo alla conferenza di Durban, aprirebbe un’enorme porta agli aumenti delle emissioni. Il pianeta potrebbe riscaldarsi ancora più in fretta del previsto, al punto che presto nessuno avrà più bisogno di vestiti caldi.

Fondo verde per il clima

Alla conferenza di Cancún sul clima, nel 2010, gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno deciso di creare un nuovo fondo per sostenere i paesi in sviluppo. Il suo scopo è di finanziare misure di riduzione delle emissioni e di adattamento alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Un comitato interinale sta elaborando i dettagli del suo modo di funzionamento. Quindici dei suoi membri provengono dai paesi industrializzati – tra loro il capo dell’Ufficio federale dell’ambiente – e venticinque dai paesi in sviluppo. La società civile non è rappresentata. Non si sa come il fondo verrà finanziato né secondo quali criteri il denaro verrà distribuito. Il punto problematico è che, durante i primi tre anni, la sua amministrazione finanziaria verrà affidata alla Banca mondiale. Numerose ONG vi si oppongono, a causa della politica contraddittoria della banca in materia climatica. 

Nicole Werner, Alliance Sud
Traduzione Lara Argenta
(pubblicato sul Giornale del Popolo, 3 novembre 2011)

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