"Diritto senza frontiere" interroga la politica
Mancanza di coerenza, assenza di visione globale, rifiuto di qualsiasi misura vincolante. La Svizzera è l’ultima della classe in materia di regolazione delle imprese. Il diritto delle multinazionali a fare lauti guadagni prevale sul loro obbligo di rispettare i diritti umani. La campagna “Diritto senza frontiere” condotta da Alliance Sud e da oltre cinquanta organizzazioni, vuole cambiare la rotta.
Le società transnazionali sono i campioni della globalizzazione. E la Svizzera è uno dei centri nevralgici della loro potenza economica, che non ha smesso di crescere con la liberalizzazione dei mercati. La Svizzera ospita il maggior numero di multinazionali per abitante al mondo e non si tratta soltanto di gruppi con attività ben avviate come Nestlé o Novartis, ma anche di altri, meno conosciuti, attratti dai vantaggi legali e fiscali. Dal 2003, quasi 300 “società estere che arrivano in Svizzera” hanno spostato la loro sede verso la Svizzera. Imprese attive, in particolare, in ambiti ad alto rischio sociale ed ecologico, come l’estrazione mineraria ed il commercio di materie prime.
Un rischio ed una responsabilità
Tutte queste società non sono modelli di virtù. Alcune multinazionali, che hanno sede in Svizzera, sono regolarmente “pizzicate” per violazioni dei diritti umani e danni all’ambiente nei paesi del Sud. Numerose imprese hanno adottato codici di condotta in materia di responsabilità sociale ed ambientale. Partecipano ad iniziative internazionali come il Patto mondiale dell’ONU. Se questo contribuisce a migliorare la loro immagine, non impedisce a Glencore di inquinare i corsi d’acqua nella Repubblica Democratica del Congo, a Triumph di farsi beffe dei diritti sindacali nelle Filippine ed in Tailandia o ancora a Syngenta di mettere in pericolo le popolazioni del Sud con pesticidi vietati in Europa.
Questa forte presenza di multinazionali costituisce, per la Svizzera, un rischio ed una responsabilità. Un rischio, perché i loro abusi all’estero possono intaccare la sua reputazione ed esporla a pressioni internazionali (vedi UBS negli Stati Uniti). Una responsabilità, perché la promozione dei diritti umani costituisce uno dei pilastri della sua politica estera.
L’ex Consigliere agli Stati liberale radicale Dick Marty, durante la conferenza stampa per il lancio di “Diritto senza frontiere” ad inizio novembre, aveva infatti affermato “la swissness non è solo un affare di stabilità economica e di fiscalità attrattiva, ma anche di rispetto dei diritti umani”. Secondo il quadro di riferimento, definito nel 2008 da John Ruggie – l’ex rappresentante delle Nazioni Unite per la questione dei diritti umani e delle imprese – l’obbligo dello Stato di proteggere i diritti umani si estende alle violazioni commesse dalle imprese. Comporta anche l’accesso facilitato delle vittime alla giustizia.
Mancanza di coerenza
La Svizzera ha oggi il compito di mettere in atto questo concetto, conformemente alle Linee guida adottate nel giugno scorso dal Consiglio dei diritti dell’uomo. Una sfida, che si urta all’inconsistenza ed alla mancanza di coerenza della sua attuale politica in materia di diritti umani e d’imprese.
La Confederazione opera, infatti, in ordine sparso, attraverso diverse istanze che rispondono a logiche e priorità diverse: la Divisione politica IV (“Sicurezza umana”) degli Affari esteri intende promuovere i diritti umani, la Segreteria di Stato all’economica (Seco) difende gli interessi dell’economia svizzera, la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) cerca di mobilitare le risorse del settore privato, ma finora senza confrontarle con chiare esigenze.
Sarebbe errato affermare che la Svizzera non ha fatto nulla. Ha sostenuto fortemente – finanziariamente e con risorse in personale – i lavori di John Ruggie. Si è impegnata in diverse iniziative internazionali per la promozione della responsabilità sociale ed ambientale delle imprese, in particolare nel settore delle materie prime.
Tutte queste iniziative, però, sono volontarie e giuridicamente non vincolanti. Finora non sono state sufficienti a proteggere le popolazioni e la natura contro gli abusi del settore privato. Non permettono alle persone lese di ottenere risarcimenti.
Questo impegno internazionale della Svizzera in favore dei diritti umani non si riflette nella sua politica economica. Qui prevale la libertà del commercio e dell’industria. Un buon esempio è la revisione delle Linee guida dell’OCSE per le multinazionali, che è terminato lo scorso maggio. La Seco – incaricata delle negoziazioni – ha detto sì ad un capitolo sui diritti umani, ma no ad ogni rafforzamento delle procedure di attuazione che avrebbe portato ad una forma di regolazione delle imprese. Al contrario di Stati come Gran Bretagna e Paesi Bassi, recaciltra a pronunciarsi su un’eventuale violazione delle norme, anche quando un’impresa rifiuta di partecipare ad una mediazione.
Il motto della Svizzera è dunque chiaro: soprattutto nessuna costrizione né obbligo di rendere conto per le imprese. Uno studio realizzato da Alliance Sud, mostra infatti che questa posizione si riflette nelle risposte del Consiglio federale ai quasi ottantacinque interventi parlamentari riguardanti, in questi ultimi quindici anni, una maggiore responsabilità delle imprese in materia sociale, ambientale e di diritti umani. Pochissimi hanno avuto successo. I motivi? La paura di una perdita di competitività, il rifiuto di fare il cavaliere solitario, la convinzione che le imprese svizzere facciano già molto.
Assenza di visione
Diversamente dall’Unione europea e da altri Paesi come la Danimarca, la Norvegia, i Paesi Bassi, la Germania o il Canada, la Svizzera non dispone di una strategia globale in materia di economia e di diritti umani. Il solo documento ufficiale è un concetto molto generale della Seco sulla responsabilità sociale delle imprese (RSI). Il suo approccio legittima l’autoregolazione volontaria delle imprese ed il ruolo sussidiario dello Stato. Molto poco riferimento vi viene fatto ai diritti umani.
La Svizzera è, quindi, lontana dal quadro di John Ruggie, per il quale il rispetto di tutti i diritti umani da parte delle imprese, dappertutto nel mondo, non è una semplice questione di buona volontà, ma una responsabilità che lo Stato deve esigere in maniera proattiva.
Due compiti attendono la Svizzera se intende prenderlo sul serio. Da un alto, deve definire una politica nazionale conseguente in materia di RSI, in grado di risolvere i conflitti tra diritti umani ed interessi economici. Si tratta di creare maggior coerenza tra gli approcci e le attività delle diverse istanze federali. Dall’altro, deve creare le basi legali necessarie per realizzare le Linee guida adottate dal Consiglio dei diritti dell’uomo (vedi la petizione “Diritto senza frontiere”).
Oggi, le case madri non devono rispondere delle azioni delle loro filiali estere. Una mancanza rilevata da Claude Wild, capo della Divisione politica IV (DFAE): “Mentre la casa madre gode dei benefici realizzati dalla sua filiale, non la si può rendere responsabile delle infrazioni commesse da quest’ultima. Le case madri devono assumere la responsabilità delle attività delle loro filiali – in particolare nel settore minerario .”
Questione di volontà politica
Regole vincolanti per le multinazionali sono, infine, una questione di volontà politica. Divieto della libera impresa o no, quando la Svizzera vuole, può.
Così, il Consiglio federale, preoccupato dai sommovimenti dovuti all’installazione a Basilea della società di mercenariato Aegis Defence Services, ha in pochi mesi elaborato un progetto di legge, che vieta la partecipazione di società di sicurezza private a conflitti armati all’estero. Perché ciò che è possibile in questo ambito non può esserlo nella protezione dei diritti umani e dell’ambiente quando sono minacciati da attività di imprese svizzere nei paesi in sviluppo?
Michel Egger, Alliance Sud
Traduzione Lara Argenta
(pubblicato su Il Lavoro, 2 febbraio 2012)

